La fata Morgana

C’era una volta,

un padre vecchio, che aveva tre figli, e prima di morire li sistemò tutti quanti a lavorare come camerieri alla corte del re; il più giovane dei tre si chiamava Pietrolino, e siccome era tanto buono e bravo, il re lo prese talmente a benvolere, che invece di tenerlo a servizio, se lo prese in casa come un figlio.

Figuratevi allora l’invidia dei fratelli e di tutta la servitù: cominciarono a diventare gelosi marci di lui, finché un giorno cominciarono a pensare: ‘ Cosa si può fare, per fargli odiare Pietrolino? ‘

Uno disse: “Sentite, facciamo così: andiamo dal re e gli diciamo che Pietrolino s’è vantato di essere capace di rubare la bacchetta del comando alla Fata Morgana.”

E così fecero.

Il re andò in collera, e disse che, dal momento che Pietrolino s’era vantato di saper fare una cosa che non era mai riuscita a nessuno, ora doveva andarci subito, pregando Iddio di riuscirci, perché altrimenti gli avrebbe fatto tagliar la testa.

E Pietrolino, che di quella boiata non ne sapeva un fico secco, figuratevi un po’ come ci rimase!

Incominciò a piangere e disperarsi, ma il re non volle sentir ragioni; e siccome il proverbio dice che la ragione cede di fronte alla forza, alla fine dovette ubbidire.

Quindi, si mise in cammino alla volta della Fata Morgana, che abitava mille miglia lontano, lontano.

Pietrolino cammina e cammina, e nel mentre piangeva come una creatura, quando, verso metà strada incontra un vecchietto, che gli chiede: “Perché mai piangi?”

“Zitto, nonnetto mio, che certi boia sono andati a raccontare al re che io sarei capace di rubare la bacchetta magica alla Fata Morgana, così il re mi ci ha mandato per davvero, dicendo che se non riuscirò, mi farà tagliar la testa.”

E intanto, piangeva disperato.

Il vecchio disse: “E ti disperi per così poco? Fa quel che ti dico io, e ti andrà bene, ascolta: compra due sacchi di noci e una tavola; la tavola ti servirà per oltrepassare il fosso che c’è tra la strada e la casa della fata, e i due sacchi di noce dovrai portarteli piano piano sopra il tetto. Quando sarai su, comincia piano piano a far piovere le noci. Vedrai che la Fata Morgana, per far smettere di piovere, metterà fuori la bacchetta del comando: tu sii svelto e acchiappala al volo, poi comincia a correre e scappatene a casa il più velocemente possibile.”

Pietrolino ringraziò il vecchio di tutto cuore, e si rimise in viaggio più sollevato.

Strada facendo comprò la tavola e le noci, e arrivò a casa della fata.

Lì fece esattamente come il vecchio gli aveva spiegato: s’arrampicò sul tetto, e cominciò a buttarle giù.

La fata, vedendo quello strano fenomeno, disse: “Ma che succede, oggi? Mi piovono sassi dentro casa?”

E mise fuori la bacchetta; Pietrolino se l’arraffò in un colpo e scappò via, veloce come il vento.

La fata, che non sentì più piovere, s’affacciò alla finestra per riprendere la bacchetta, e invece chi ti vide? Pietrolino che scappava via con quella in mano.

“Pietrolino, Pietrolino, me l’hai fatta! Ma se qui tornerai, Pelle e ossa ci lascerai.”

E Pietrolino le rispose: “tornerò di qui a un mese con mio utile e tue spese. Tornerò di qui a un anno, con mio utile e tuo danno.”

E via di corsa tornò al castello del re.

E il re, che gli voleva tanto bene, a vederlo ritornare con la bacchetta della fata, fu contento come una pasqua, e riempì quel povero Pietrolino di tanti bei regali.

Figuratevi l’invidia dei servitori e dei fratelli, nel vedere come s’era ben cavato fuori dai guai! Infatti, si dice che, passato un po’ di tempo, siccome il re voleva sempre più bene a Pietrolino, i fratelli e i servitori misero in piedi una bugia ancor più grossa dell’altra.

Andarono dal re e gli dissero che Pietrolino si era vantato che avrebbe avuto il fegato di soffiare alla Fata Morgana, nientemeno che il suo canarino parlante, ch’ella si portava appresso per tutto il giorno.

Così, come l’altra volta, il re comandò a Pietrolino di partire subito, e se per caso non fosse riuscito nell’impresa, stavolta non sarebbe sfuggito al boia.

Cammina, cammina, quando fu a metà strada, incontrò il vecchietto dell’altra volta, e siccome piangeva, quello gli fa: “Ancora piangi?”

“Zitto, nonnetto mio, che certi boia si sono inventati col re che ero capace di andare a rubare il canarino parlante alla Fata Morgana, e lui mi ci ha mandato per forza.”

E il vecchio rispose: “Eh! E te la prendi per tanto poco? Senti un po’ come devi fare. Compra un po’ di confetti e dolciumi, poi cerca di infilarti in casa della fata senza che lei se ne accorga. E mentre mangia, siccome il canarino sta sempre vicino a lei, tu ficcati sotto il tavolo e aspetta che lei abbia finito. Vedrai che dopo mangiato si farà una pennichella; se mentre dorme, tu riuscirai ad agguantare l’uccelletto, riempigli il becco di roba dolce, così starà zitto e portatelo via. Se ci riesci, hai vinto tu, altrimenti buonanotte, perché se non t’ammazza il re, la pelle te la fa lei: quella, appena s’accorge che sei lì, come minimo ti sbrana.”

“Addio, per me è finita! Vabbè, farò come avete detto voi.. se ci riesco, bene, se no, pazienza: toccherà a me..”

Ringraziò il vecchietto, e si rimise in cammino. Strada facendo comprò i dolciumi e cammina cammina, arrivò a casa della fata.

Tanto fa e tanto dice, che finalmente riesce a ficcarsi sotto al tavolino, mentre la fata mangiava.

Come aveva predetto il vecchio, finito di mangiare, la fata, puntuale si addormentò.

Pietrolino uscì da sotto, e, a forza di carezze e di dolci, riesce per miracolo ad agguantare il canarino e a portarselo via senza che quello fiatasse, perché aveva il becco pieno di roba.

Ma quando ebbe saltato il fosso, Pietrolino, invece di perder tempo a dar confetti al canarino, pensò che fosse meglio mettersi a correre come una lepre, e scappò a rotta di collo.

Il canarino, però, quando fu a becco vuoto, si mise a strillare: “Padrona, padrona!”

La fata, sentendosi chiamare dal canarino, si svegliò di colpo, e, non vedendolo più vicino, s’affacciò alla finestra, e nel vedere Pietrolino scappare via con l’uccelletto in mano, gli disse:

“Pietrolino, Pietrolino, me l’hai fatta! Ma se qui tornerai, Pelle e ossa ci lascerai.”

E Pietrolino, scappando, si voltò e rispose: “tornerò di qui a un mese con mio utile e tue spese. Tornerò di qui a un anno, con mio utile e tuo danno.”

E cammina cammina, arrivò alla corte del re.

Quando il re lo vide con il canarino parlante, lo riempì di baci.

E intanto, i suoi fratelli e i servitori, erano rosi dall’invidia e della rabbia più di prima.

E siccome Pietrolino era il più ben visto di tutti, e cento volte in più di un Beniamino, quelli ne spararono un’altra grossa come il duomo, pur di levarselo dai piedi.

Questa volta dissero al re, nientemeno, che Pietrolino si vantava di essere capace di rubare alla Fata Morgana la coperta con i campanelli d’oro che teneva sul letto.

Il re abboccò e disse: “Quest’affare puzza di bruciato,” e disse: “Adesso basta, Pietrolino non la passerà liscia: che vada subito dalla Fata a rubarle la coperta, ma se non ci riesce, stavolta non sfuggirà al boia neanche se cala Cristo!”

E difatti, di lì a poco, riecco Pietrolino in lacrime mentre si dirige per la terza volta a casa della fata, per colpa di quei disgraziati che lo volevano veder morto a tutti i costi.

Cammina, cammina, riecco a metà strada il solito vecchio, che gli chiese: “Che c’hai, da piangere?”

E lui: “Zitto, vecchio, che stavolta è proprio la fine..” e gli raccontò così e così. “Come diamine riuscirò a rubargliela?”

“Ascoltami bene: compra tanti sacchi di bambagia, poi, piano piano, senza farti vedere dalla fata, cerca d’introdurti in casa, e ficcati sotto al suo letto. Intanto che lei dorme, tu tappa bene uno ad uno tutti i campanelli con la bambagia, ma stai attento a non dimenticartene qualcuno aperto, perché se no sei fritto. Quando hai finito di otturarli, afferra piano piano la coperta e dattela a gambe!” Pietrolino ringraziò ancora una volta il vecchio, e si rimise in cammino.

Strada facendo, comprò la bambagia, e, arrivato dalla fata, con una scusa qualsiasi riuscì ad infilarsi in casa, e a nascondersi sotto il letto.

Cala la notte, e la Fata Morgana se ne va a dormire.

Lui, quando la sente ronfare, uscì piano piano, e cominciò a tappare i campanelli: ne tappa uno, poi, due, quattro, dieci, venti, cento, fino alla fine.

A quel punto, sfilò la coperta lentamente dal corpo della fata, la piegò, e via, a gambe levate.

La fata però si svegliò, e cominciò a dire: “Brr, che freddo che fa!” Poi guardò sul letto, e non ci trovò più la coperta.

Ah! Pietrolino me l’ha fatta di nuovo!”

S’alzò in fretta e furia, s’affacciò alla finestra, vide il ragazzo che scappava con un fagotto sotto il braccio, e strillò:

“Pietrolin, Pietrolin che me l’hai fatta! Ma se qui tornerai, Pelle e ossa ci lascerai.”

E Pietrolino, beffardo: “tornerò da qui a un mese, Con mio utile e tue spese. Tornerò da qui a un anno, Con mio utile e tuo danno.”

E trotta trotta, di lì a poco tornò a casa del re.

Figuratevi che bell’accoglienza ricevette, quando si presentò con la coperta con i campanelli d’oro!

E da quel giorno in poi, il re gli volle ancor più bene, un bene da morire.

Quelli, intanto, crepavano di rabbia, specialmente i fratelli, che non vedevano l’ora di presentarsi al re con un’altra balla; difatti, pensa e ripensa, che s’inventano?

Sentite questa: vanno a dire al re che Pietrolino, poveraccio, aveva nientemeno detto di essere capace di rapire la Fata Morgana in persona, e portarsela via.

E il re, come al solito, si arrabbiò: “Questa mi sembra una sbruffonata bella e buona. Mò basta. Vedremo se ne sarà veramente capace o no.”

Mandò a chiamare il ragazzo, e gli disse: “Và subito a rapire la Fata Morgana e portamela qui senza perder tempo. Vorrà dire che si ci riuscirai, ti darò mia figlia in sposa, altrimenti, finirai sulla forca.”

Pietrolino, disperato che non vi dico, si mise in viaggio.

Cammina cammina, a metà strada incontra di nuovo il vecchietto che gli chiede: “Che t’è successo, questa volta?”

E gli raccontò tutto quanto, cioè che questa volta, per via dei soliti birboni, era stato obbligato a rapire la fata in persona.

E il vecchietto, gli rispose: “Senti bene quel che devi fare: fatti costruire una cassa di legno, abbastanza grande da farci entrare una persona intera. Poi travestiti da falegname, e mettiti sotto alle finestre della fata a dire: Casse! Chi vuol casse! Vedrai che in qualche modo te la caverai. Bada, però: che sia una cassa con la serratura rotta.”

Pietrolino ringraziò il buon vecchio, e poi si rimise in cammino; prima di arrivare dalla fata, si fece costruire una bella cassa, ci mise sopra una serratura sfasciata, e poi andò a piazzarsi sotto le finestre della Morgana, a strillare: “Casse! Chi vuol casse!”

La fata lo chiamò, e lo fece salire.

Contrattò il prezzo della cassa, e se la comprò; ma quando provò a chiuderla, vide che la serratura non funzionava. Il giorno dopo Pietrolino si piazzò di nuovo sotto le finestre a strillare: “Casse! Chi vuole una cassa?”

La fata lo chiamò, lo fece salire, e gli disse che la serratura della cassa che le aveva venduto era difettosa.

Allora Pietrolino si mise subito a ripararla, e mentre lavorava, la fata gli chiese: “Ma non si potrebbe ficcarci dentro una persona viva? Perché io avrei da metterci dentro un certo Pietrolino che viene sempre a rompermi i coglioni.”

E Pietrolino: “Ma certo che c’entra una persona.”

E lei: “Provate ad entrarci voi, così vedremo.”

Ma Pietrolino, più furbo, replicò: “No, no, entrateci voi, così, almeno, io, quando siete dentro, potrò vedere se la serratura apre e chiude bene.”

La fata non se lo fece ripetere due volte, perché non sospettava il trucco, e s’infilò nella cassa.

Allorché, Pietrolino, rapido come il vento, chiuse a chiave, se la caricò in spalla, e via, s’incamminò per tornare dal re.

Poteva così strillare la fata, a ordinare a Pietrolino di aprire lo sportello!

Lui non rispondeva nemmeno, come se non ci fosse stato.

Infine, arrivò al palazzo del re con la Fata Morgana sulle spalle, e il re ci rimase di sale, e volle sapere da Pietrolino come diamine aveva fatto a far quel colpo da maestro.

Pietrolino gli raccontò del vecchio che l’aveva aiutato, e colse la palla al balzo per spiegare al sovrano che, veramente, lui non si era mai vantato di tutte quelle prodezze che era stato costretto a compiere.

Allora il re fece cucire una camicia di pece per ognuno dei fratelli e per i servitori nemici di Pietrolino, e li fece ardere sul rogo nella pubblica piazza. Poi, diede sua figlia in sposa a Pietrolino, e vissero a lungo, felici e contenti.

- Fiaberella
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